Gruppo Teatrale 'gli OTTIMISTI'


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Viaggio di ritorno

VIAGGIO DI RITORNO



Era con l'alta marea che un tempo le navi approfittavano per salpare l'ancora e prendere quindi il largo.
E per lei questo viaggio rappresentava la sua alta marea; e doveva approfittarne ad ogni costo. Ormai non poteva più temporeggiare né rimandare ogni cosa a tempi migliori.
Nel corso di questo viaggio nel Kimberwana, aveva avuto tutto il tempo per riflettere su loro due, ed aveva avuto molte ulteriori conferme sulla vera consistenza e sulla natura del loro rapporto.
E mentre quella sgangherata
jeep guidata da un boy nero li conduceva verso l'aeroporto, lei fissava Mark di nascosto, da dietro i suoi scuri occhiali da sole. Lui continuava a guardare fuori, la savana, invece.
Certe volte è veramente difficile stabilire, nel momento in cui si è felici o infelici, fino a che punto quella nostra felicità o quella nostra infelicità sia dovuta agli altri e fino a che punto, invece, la dobbiamo esclusivamente a noi stessi.
Onestamente doveva riconoscere che Mark era quello che solitamente si definisce un bravo ragazzo. Forte di una robusta istruzione, ma non pedante, né noioso o borioso; educato, ma non manierato; sportivo al punto giusto, aiutato da un fisico perfetto; economicamente già saldo, fattore non trascurabile ai giorni d'oggi, e con un promettente futuro. Il classico "ottimo partito".
E lei, ora, era decisa a dirgli di essersi resa conto che tra loro due, nel loro contatto, nei loro rapporti di tutti i giorni, mancava quel qualcosa che potesse giustificare una loro unione di tipo definitivo.
Lui continuava a fissare il paesaggio tutt'intorno, mentre la
jeep andava, e lei continuava a fissare, da dietro gli scuri occhiali da sole, la sua nuca per tre quarti.
Mark aveva ricevuto dalla Società dove lavorava, l'incarico di visitare due tra le più importanti miniere diamantifere di quella regione del Sudafrica. E lei aveva voluto approfittare di quest'ennesima occasione per andare insieme a lui, per potergli stare il più possibile vicino, tanto da potersi prefigurare quella che avrebbe potuto essere la loro futura vita insieme. Ed in questa prova generale lei non aveva esitato ad andare fino in fondo, in tutto. Anche nell'unione completa dei loro corpi.
Mark le piaceva molto, perché obiettivamente aveva un corpo bellissimo, forte nella muscolatura e delicato nella conformazione scultorea. Ma quello che l'attirava maggiormente era quello strano fascino animalesco che trovava in lui, nel calore della sua pelle e nell'odore che essa emanava.
Eppure, grossa sorpresa, grossa delusione!
Lui era un vero uomo, su questo non c'erano dubbi, quindi la colpa non era sua, tuttavia fin dalla prima volta che lei aveva provato ad introdursi, con curiosità e desiderio, in quell'ovattato intimo e misterioso cosmo dove l'aria è attraversata da tenui sospiri, dove le punte dell'erba e i dolci declivi collinari sono percossi da brividi, sfiorati da cuscini di vento ora tenue ora insistente e violento, dove dal contatto del meteorite rovente e penetrante, con la fluida e cedevole superficie marina esplodono mille e mille mondi nuovi, fantastici e sconfinati, là, in quell'intimo mondo, lei non era riuscita ad entrare.
La prima volta pensò che l'emozione, la stessa curiosità o forse una inconfessata intima paura, avessero potuto crearle un impenetrabile schermo inibitore.
E le volte successive? Le aveva sempre affrontate con tranquillità e lucidità. Ma il suo mondo non riusciva mai ad incontrarsi con quello di Mark.
Che strana deprimente sensazione: sentire fame, avere grande voglia di mangiare e, al primo boccone, non riuscire a gustare il migliore dei cibi. Che strana deprimente sensazione: perché lei si sentiva viva, gustava il desiderio che addirittura l'inebriava dandole piacevolmente alla testa, sentiva fremere il suo corpo, nell'attesa, fino a provare la languida sensazione dello svenimento; ma soltanto nell'attesa.
Anche lo specialista aveva scrollato la testa e si era stretto impotente nelle spalle. Una visita accurata; tutto sommato rassicurante. Ma questo per il fisico.
Mark forse sentì il suo sguardo perché si girò di scatto verso di lei e la guardò con aria interrogativa. Che c'è? chiesero i suoi occhi. E lei lo rassicurò con una goccia di sorriso. Sentì la mano di Mark stringere la sua. Ormai erano quasi arrivati all'aeroporto. Il viaggio stava ormai per finire. Stranamente sentì di colpo il bisogno di guardarsi intorno, di fissare nella sua memoria quanti più particolari possibili di quel posto, di quel luogo in cui lei, facendo il viaggio, aveva riposto l'ultima speranza di ritrovare se stessa. E tutt'intorno c'era sole; terra arsa e sole e piante cocciute malgrado il sole, ed un cielo azzurro, azzurro, azzurro.
Una brusca frenata della
jeep e l'aria condizionata al banco del check-in. Non avevano molto bagaglio: una valigia ed una 24ore Mark, una valigia ed una borsa lei.
Le operazioni di imbarco in qualsiasi aeroporto del mondo sono sempre lunghe e noiose; ne aveva l'esperienza. Per i voli internazionali, poi...
Forse era meglio approfittare di quei lunghi momenti di attesa per dire tutto onestamente a Mark. Forse lui qualcosa doveva già avere intuito perché ogni volta che i loro occhi s'incontravano, le sembrava che quelli di Mark volessero cercare quel terzo occhio a cui poter chiedere quello che forse l'animo intuiva, ma che le orecchie non udivano.
-
Mark, noi due non siamo fatti l'uno per l'altra.
No! E' troppo banale.
-
Mark, ho riflettuto molto su noi due: ho seri motivi per credere di non essere adatta per un tipo come te.
No: anche questa è una cretinata da romanzetto rosa.
Sì, però la sostanza è questa!
Ma ci deve pur essere un modo giusto per dirglielo!? Forse il problema non è tanto come dirglielo, ma piuttosto che cosa dirgli. In fondo lei stava maturando una decisione, quella di lasciare Mark, per un solo motivo, un motivo che non tutti, tra l'altro, avrebbero potuto capire. E le sarebbe dispiaciuto moltissimo non essere capita nel vero motivo della sua decisione, specialmente se a non capirla fosse stato Mark. Aveva bisogno, malgrado tutto, della sua amicizia e della sua stima.
Ma che strano! perché le interessava tanto come l'avrebbe presa Mark?


Finalmente! Gli altoparlanti sputarono una voce che gracidò l'invito ai passeggeri in partenza per Londra, a recarsi all'imbarco per essere sottoposti al controllo dei passaporti ed a quello doganale. S'incamminarono con passo lesto, sebbene non ci fosse alcuna fretta. Il primo controllo, quello dei passaporti, fu abbastanza svelto. Solo nel controllare quello di Mark l'agente di turno si soffermò qualche istante di più del normale a scrutarne il volto. Mark si voltò verso di lei ed entrambi si fissarono per qualche attimo perplessi. Le parve di leggere nello sguardo di Mark una vena di disagio, quasi di preoccupazione. E' irrazionale e irragionevole, è vero, però in certe circostanze, come questa, quando ci si trovi davanti all'"autorità costituita" da chiunque essa sia rappresentata, avvolti da uno sguardo o da un clima inquisitore, anche se si hanno tutte le carte in regola, si può ugualmente essere pervasi da un inconscio senso di inquietudine. Sentì un forte impulso di solidarietà nei confronti del suo Mark e avrebbe voluto essergli più vicina se non altro per stringergli una mano tra le sue. Lo conosceva bene e sapeva che non era certamente il tipo da perdersi davanti a difficoltà o imprevisti, ma si rendeva anche conto che forse in quel momento ed in quel luogo qualche motivo di ansia poteva essere giustificato. Si trovavano in uno di quei tanti staterelli del continente nero venuti su dal nulla nel giro di pochissimi anni ed ancora molto traballanti nella loro organizzazione e nelle loro istituzioni. E gli stranieri non erano gran che graditi. Venivano accettati solo nella previsione di poter ricevere da essi qualcosa di utile o di conveniente. Ne era una prova il modo in cui venivano fatti i controlli doganali. Quando si è in arrivo, puoi portare con te, pur essendoci un limite ufficiale, tutta la valuta e la roba che vuoi, che nessuno si sogna di fare il benché minimo controllo. Ma quando ne esci, allora devi aspettarti i controlli più rigidi e cavillosi. Devi meticolosamente elencare tutto quello che hai con te e se questa autodenuncia non dovesse convincere gli agenti addetti al controllo, questi non esitano un istante ad arrivare alla perquisizione personale. Ed inoltre c'è un altro fattore che può rendere questa formalità dei controlli ancora più inquietante. Il Kimberwana è un forte produttore di diamanti e questo motivo è più che sufficiente per richiamare in quel Paese agguerriti contrabbandieri ed avventurieri ansiosi di fare una rapida fortuna con il commercio illegale di pietre preziose. E sembra che per poter riuscire in questi loro traffici, abbiano inventato i sistemi più impensabili per eludere i controlli doganali. C'è chi è arrivato addirittura ad ingoiare le pietre dopo averle avvolte in speciali involucri protettivi. Ma il sistema di occultamento più usato sembra sia quello di nascondere i diamanti, sempre racchiusi in appositi contenitori dalla forma adeguata allo scopo, addirittura nelle parti più intime del corpo. Ed essendo a conoscenza di questi sistemi, gli agenti doganali, per scoraggiare e combattere questo tipo di contrabbando, a volte, nel caso di persone fortemente sospette, estendono le ispezioni non solo ai bagagli e ai vestiti che uno indossa, ma addirittura alla stessa persona, anche nelle pieghe più intime.
Il poliziotto addetto al controllo del passaporto notò lo sguardo fisso di Mark e lo seguì fino ad arrivare al chiaro azzurro degli occhi di lei. Ritornò con lo sguardo a Mark ed in un inglese molto pulito gli chiese se la ragazza viaggiasse con lui, e senza aspettarne la risposta lo invitò a chiamarla a sé ed a seguire, insieme, un altro poliziotto che nel frattempo si era avvicinato al banco di controllo. Lei si avvicinò rapidamente a Mark e si lasciò cingere la vita dal suo braccio. Erano entrambi esterrefatti per quanto stava loro accadendo, ma nessuno di loro due ebbe la forza di dire una parola.
Furono condotti in uno squallido ufficio il cui unico arredamento era costituito da un tavolo in legno grezzo e da due sedie con il piano in compensato. Erano appena entrati in quella stanza che furono immediatamente raggiunti da un altro poliziotto che portava le loro valigie; e con lui entrò una donna poliziotto. A quella vista lei fu assalita da un angoscioso dubbio. Ma tutto si stava svolgendo in modo talmente rapido che non fece in tempo a dare una risposta al suo interrogativo e si sentì sospingere con ferma delicatezza, dalla donna poliziotto, in un'altra stanza attigua. Ed a quel punto le fu tutto terribilmente chiaro. In quel locale c'era un attaccapanni, un paravento e, addossato ad una parete, un lettino di quelli che normalmente si trovano negli ambulatori e negli studi medici. Ed ai piedi del letto, un piccolo tavolo.
Con un cenno del capo ed uno sguardo, fu invitata dalla ragazza nera a posare sul tavolino i suoi scuri occhiali da sole e la borsa che ancora aveva con sé. E poi l'invito, sempre con un cenno degli occhi, a recarsi dietro al paravento per spogliarsi. Il paravento non era alto e lei, mentre - come in uno stato di ipnosi - si toglieva gli indumenti, poteva osservare la ragazza in divisa. Era una ragazza indigena, dai capelli neri, corvini, raccolti dietro le spalle da un anello di argento. Era giovane ed il suo corpo aveva la flessuosità elegante del leopardo. I suoi occhi, neri come i capelli, avevano lo sguardo penetrante e vivace.
Ma perché quell'umiliante perquisizione? Non pensava davvero di avere l'aria di una contrabbandiera o di una avventuriera. Ed allora, perché quel controllo? Forse perché dai documenti di Mark risultava che avevano visitato due importanti miniere diamantifere. Anche là di controlli ne avevano subiti fino alla noia, ma nessuno così umiliante. Non riusciva affatto ad accettare quella situazione, ma non sapeva assolutamente come evitarla.
Forse si era involontariamente attardata, distratta da questi suoi pensieri, perché la ragazza poliziotto si voltò verso di lei e la sollecitò ad uscire da dietro quei pannelli e la guidò prendendola leggermente per un braccio, verso il lettino aiutandola a distendervisi supina. Le afferrò, quindi, delicatamente entrambe le caviglie e sospingendole indietro, l'obbligò a stare con le ginocchia in su e con le gambe leggermente divaricate.
No, non voleva vedere! Non poteva credere di essere lei, là, tutta nuda, sdraiata su quel misero lettino in balìa di quella nera donna poliziotto.



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